Il perchè della sofferenza
La sofferenza - Sacro Cuore Web

Il perchè della sofferenza

Mi è capitato tante volte in passato, di chiedermi, se Dio esiste come mai permette la sofferenza.

Avevo un cognato, un ragazzo di 20 anni all’epoca. Un tumore alla tibia sinistra. Ma quante sigarette si sarebbe dovuto fumare per avere un tumore a 20 anni? Ma dai! Vedrai che si riprende. E’ giovane e forte.

Dopo un trapianto di tibia e undici mesi di chemio, si cerca di tornare alla normalità. Ma è durata poco, neanche due mesi. La gamba, da appena sotto al ginocchio fino a tutto il piede è diventata gonfia e azzurro/viola. Una cosa spaventosa a vedersi.

Ho cercato di tranquillizzarlo, vedrai che non è niente, ora ti riporto dal medico che ti ha in cura a Bologna al Rizzoli e vedrai che ti darà una cura, saranno degli sfoghi del tuo corpo dopo tanta chemio.

Partiamo subito, Taranto – Bologna di notte, arriviamo al mattino in ospedale. Ti lascio e torno a casa, poi appena è tutto apposto torno a prenderti, ma sai, lavoro con mio padre e già oggi un giorno di permesso ma domani devo essere a lavoro. Ok? Bene!

Il giorno dopo, lavoro, tutto il santo giorno, dall’alba. Erano le 19:00 e finalmente ritorno a casa. Mia moglie mi aspetta.

Tò, Antonio ha fatto la visita dal medico.

A ok. Tutto bene no?

Deve fare un’intervento urgente.

Heee, e come mai, andava tutto bene..

Devono amputare la gamba.

Anche adesso al ricordo, il cuore ha saltato un battito. Dove sei Dio? Dove sei? Urlai quella volta.

Partiamo di nuovo, ero tornato a casa il giorno prima e col buio siam partiti di nuovo. Io, Anna e Christian. Nessuno voleva tenermi il piccolo che aveva circa quattro anni. Mia mamma, le mie sorelle e mio papà erano tutti contro di me. Te ne vai di nuovo? No, no, non riusciamo a badare a Christian, chi lo ha fatto se lo cresce. Chiedi a Carmela, disse la Mamma, se lei dice si e te lo tiene lei si. Io non riesco.

E portiamoci dietro anche Christian. Basta andare, mia suocera sola a Bologna con un ragazzo di ventuno anni in ospedale e una notizia del genere, un intervento del genere. Su, coraggio, in strada, di nuovo.

Arrivati li al mattino presto, lo abbiamo salutato, era felice di vederci li tutti e tre. Si è abbracciato suo nipote Christian per lungo tempo. A mezzogiorno entrava in sala operatoria. Ho fermato la barella che lo conduceva, gli ho stretto la mano ed ho pianto, come mai prima. Lui mi dice, meglio perdere la gamba che la vita no? Tranquillo.

Lui, che andava al macello, ha tranquillizzato me.

L’intervento è andato bene, dovrà fare riabilitazione, massaggi e ancora chemio per quattro mesi.

Ora, non ricordo con esattezza ma circa cinque mesi dopo la fine della chemio. Antonio Alabrese, mio cognato “bellu di papà” lo chiamavo sempre. Si è spento.

Dove sei Dio? Dove seiiiii?

Non ne capivo il senso. Ero arrabbiato. E in questa rabbia ho quasi distrutto la mia vita. Droga, alcool, nutrimento esagerato, truffe, spaccio, furti, donne. Ero diventato un malavitoso.

La rabbia, il fattore scatenante. Rabbia genera odio, l’odio fomenta la rabbia, un circolo vizioso dal quale solo con la Grazia di Dio se ne riesce a salvare. E poi gli anni, il tempo che passa, i ricordi che sbiadiscono.

La conversione.

Sono passati molti anni.. non li voglio contare. Due anni fa un collega alla notizia che una mia amica era deceduta per cancro lasciando un marito e una figlia di dieci anni, mi dice tra i denti, dov’è il tuo dio? Forse fai male a confidare in lui. E si è girato andandosene alle sue mansioni senza neanche darmi il tempo di rispondergli, tra l’altro non avrei saputo neanche cosa dirgli.

Oggi però voglio lasciare questo scritto, dove il mio Maestro mi insegna attraverso a Pietro il perchè della sofferenza.

All’inizio è Pietro che parla:

«Ecco! Io sono uno zuccone, lo so e lo dico senza vergogna. E se fosse per me non mi importerebbe molto di sapere, perché penso che la sapienza più grande sia amarti e seguirti e servirti con tutto il cuore. Ma Tu mi mandi qua e là. E la gente mi interroga e io devo rispondere. Penso che quello che io chiedo a Te, altri possono chiederlo a me. Perché gli uomini hanno gli stessi pensieri.

Tu dicevi ieri che sempre gli innocenti e i santi soffriranno, anzi saranno quelli che soffrono per tutti. Questo è duro per il mio intelletto, anche che Tu dica che essi stessi lo desidereranno. E penso che, come è duro per me, possa esserlo per altri.

Se me ne chiedono, che cosa devo rispondere? In questo primo viaggio una madre mi disse: “Non era giusto che la mia bambina morisse con tanto dolore, perché era buona e innocente”. E io, non sapendo che dire, le ho detto le parole dì Giobbe: “Il Signore ha dato. Il Signore ha tolto. Sia benedetto il Nome del Signore”. Ma non sono rimasto persuaso neppure io. E non ho persuaso lei. Vorrei un’altra volta sapere che dire…».

«È giusto. Ascolta. Pare un’ingiustizia, ed è una grande giustizia, che i migliori soffrano per tutti. Ma dimmi un poco, Simone. Cosa è la Terra? Tutta la Terra».

«La Terra? Uno spazio grande, grandissimo, fatto di polvere e acque, di rocce, con piante, animali e creature umane».

«E poi?».

«E poi basta… A meno che Tu non voglia che io dica che è il luogo di castigo dell’uomo e di esilio».

«La Terra è un altare, Simone. Un enorme altare. Doveva essere altare di lode perpetua al suo Creatore. Ma la Terra è piena di peccato. Perciò deve essere altare di perpetua espiazione, di sacrificio, su cui ardono le ostie. La Terra dovrebbe, come gli altri mondi sparsi nel Creato, cantare i salmi a Dio che l’ha fatta. Guarda!».

Gesù apre le imposte di legno, e dalla finestra spalancata entra il fresco della notte, il rumore del torrente, il raggio di luna, e si vede il cielo trapunto di stelle.

«Guarda quegli astri! Essi cantano con la voce loro, che è di luce e di moto negli spazi infiniti del firmamento, le lodi di Dio. Da millenni dura il loro canto, che sale dagli azzurri campi del cielo al Cielo di Dio. Possiamo pensare astri e pianeti, stelle e comete come creature siderali che, come siderali sacerdoti, leviti, vergini e fedeli, devono cantare in un tempio sconfinato le laudi del Creatore. Ascolta, Simone. Senti il fruscio delle brezze fra le fronde e il rumore delle acque nella notte. Anche la Terra canta, come il cielo, coi venti, con le acque, con la voce degli uccelli e degli animali. Ma, se per il firmamento basta la luminosa lode degli astri che lo popolano, non basta il canto dei venti, acque e animali per il tempio che è la Terra.

Perché in essa non sono solo venti, acque e animali, cantanti incoscientemente le lodi di Dio, ma in essa è anche l’uomo: la creatura perfetta sopra tutto ciò che è vivente nel tempo e nel mondo, dotata di materia come gli animali, i minerali e le piante, e di spirito come gli angeli del Cielo, e come essi destinata, se fedele nella prova, a conoscere e possedere Dio, con la grazia prima, col Paradiso poi. L’uomo, sintesi che abbraccia tutti gli stati, ha una missione che gli altri creati non hanno e che per lui dovrebbe essere, oltre che dovere, una gioia: amare Dio. Dare intelligentemente e volontariamente culto d’amore a Dio. Ripagare Dio dell’amore che Egli ha dato all’uomo dandogli la vita e dandogli il Cielo oltre la vita. Dare culto intelligente. Considera, Simone.

Che bene ritrae Dio dalla Creazione? Che utile?

Alcuno. La Creazione non aumenta Dio, non lo santifica, non lo arricchisce. Egli è infinito. Tale sarebbe stato anche se la Creazione non fosse stata. Ma Dio-Amore voleva avere dell’amore.

Ed ha creato per avere amore. Unicamente amore può trarre dal Creato Iddio, e questo amore, che è intelligente e libero unicamente negli angeli e negli uomini, è la gloria di Dio, la gioia degli angeli, la religione per gli uomini. Quel giorno che il grande altare della Terra tacesse di lodi e di suppliche d’amore, la Terra cesserebbe di essere. Perché, spento l’amore, sarebbe spenta la riparazione, e l’ira di Dio annullerebbe l’inferno terrestre che sarebbe divenuta la Terra.

La Terra, dunque, per esistere deve amare. E ancora: la Terra deve essere il Tempio che ama e prega con l’intelligenza degli uomini. Ma nel Tempio, in ogni tempio, quali vittime si offrono? Le vittime pure, senza macchia né tara. Solo queste sono gradite al Signore. Esse e le primizie.

Perché al padre della famiglia vanno date le cose migliori, e a Dio Padre dell’umana Famiglia va data la primizia di ogni cosa, e le cose elette.

Ma ho detto che la Terra ha un duplice dovere di sacrificio: quello di lode e quello di espiazione. Perché l’Umanità che la copre ha peccato nei primi uomini e pecca continuamente, aggiungendo al peccato di disamore a Dio quegli altri mille delle sue aderenze alle voci del mondo, della carne e di Satana. Colpevole, colpevole Umanità che, avendo somiglianza con Dio, avendo intelligenza propria e aiuti divini, è peccatrice sempre, e sempre più. Gli astri ubbidiscono, le piante ubbidiscono, gli elementi ubbidiscono, gli animali ubbidiscono e, così come sanno, lodano il Signore. Gli uomini non ubbidiscono e non lodano a sufficienza il Signore. Ecco allora la necessità di anime ostie che amino ed espiino per tutti. Sono i fanciulli che pagano, innocenti e ignari, l’amaro castigo del dolore per coloro che non sanno che peccare. Sono i santi che, volonterosi, si sacrificano per tutti.

Fra poco -un anno o un secolo è sempre “poco” rispetto all’eternità- non si celebreranno più altri olocausti sull’altare del gran Tempio della Terra fuor di questi delle vittime-uomo, consumate con il perpetuo sacrificio: ostie con l’Ostia perfetta. Non ti scuotere, Simone. Non dico già che Io metterò un culto simile a quello di Moloc e di Baal e di Astarte.

Gli uomini stessi ci immoleranno. Intendi? Ci immoleranno. E noi andremo lieti alla morte per espiare e amare per tutti. E poi verranno i tempi in cui gli uomini non immoleranno più gli uomini. Ma sempre vi saranno le vittime pure, che l’amore consuma insieme alla gran Vittima nel Sacrificio perpetuo.

Dico l’amore di Dio e l’amore per Dio. Invero esse saranno le ostie del tempo e del Tempio futuro. Non agnelli e capri, vitelli e colombi, ma il sacrificio del cuore è ciò che Dio gradisce. Davide lo ha intuito. E nel tempo nuovo, tempo dello spirito e dell’amore, solo questo sacrificio sarà gradito.

Considera, Simone, che se un Dio ha dovuto incarnarsi per placare la Giustizia divina per il gran Peccato, per i molti peccati degli uomini, nel tempo della verità solo i sacrifici degli spiriti degli uomini possono placare il Signore. Tu pensi: “Ma perché allora Egli, l’Altissimo, dette ordine di immolargli i figli degli animali e i frutti delle piante”? Io te lo dico: perché, prima della mia venuta, l’uomo era un olocausto macchiato, e perché non era conosciuto l’Amore. Ora conosciuto sarà. E l’uomo, che conoscerà l’Amore, perché Io renderò la Grazia per la quale l’uomo conosce l’Amore, uscirà dal letargo, ricorderà, comprenderà, vivrà, si sostituirà ai capri e agli agnelli, ostia di amore e di espiazione, ad imitazione dell’Agnello di Dio, suo Maestro e Redentore. Il dolore, sin qui castigo, si muterà in amore perfetto, e beati quelli che lo abbracceranno per amore perfetto».

«Ma i bambini…».

«Vuoi dire coloro che ancor non sanno offrirsi… E sai tu quando Dio parli in essi? Il linguaggio di Dio è linguaggio spirituale. L’anima lo intende e l’anima non ha età. Anzi ti dico che l’anima fanciulla, perché senza malizia, è, per capacità di intendere Dio, più adulta di quella di un vegliardo peccatore. Io ti dico, Simone, che tu vivrai tanto da vedere molti pargoli insegnare agli adulti, e anche a te stesso, la sapienza dell’amore eroico. Ma in quei piccoli che muoiono per ragioni naturali è Dio che opera direttamente, per ragioni di un così alto amore che non posso spiegarti, rientrando esse nelle sapienze che sono scritte nei libri della Vita e che solo nel Cielo saranno letti dai beati. Letti, ho detto. Ma, in verità, basterà guardare Iddio per conoscere non solo Dio, ma anche la sua infinita sapienza… Abbiamo fatto venire il tramonto della luna, Simone… Presto è l’alba e tu non hai dormito…».

«Non importa, Maestro. Ho perduto poche ore di sonno e acquistato tanta sapienza. E sono stato con Te. Ma se Tu lo permetti, ora vado. Non a dormire. Ma a ripensare alle tue parole».

È già sulla porta e sta per uscire quando si ferma pensieroso e poi dice: «Ancora una cosa, Maestro. È giusto che io dica, a qualcuno che soffre, che il dolore non è un castigo ma è una… grazia, una cosa come… come la nostra chiamata, bella anche se faticosa, bella anche se, a chi non sa, può parere brutta e triste cosa?».

«Lo puoi dire, Simone. È la verità. Il dolore non è un castigo, quando lo si sa accogliere e usare con giustizia. Il dolore è come un sacerdozio, Simone. Un sacerdozio aperto a tutti. Un sacerdozio che dà un gran potere sul cuore di Dio. E un grande merito. Nato col peccato, sa placare la Giustizia. Perché Dio sa usare al Bene anche quanto l’Odio ha creato per dare del dolore. Io non ho voluto altro mezzo per annullare la Colpa. Perché non vi è mezzo più grande di questo».

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